Lavoriamo per sburocratizzare il Paese

La mia intervista di oggi a L’Eurispes.it.

Ministro, quando ha detto che almeno il 40% del lavoro nella Pubblica amministrazione si può fare in smart working, si è levato un coro di reazioni positive, ma anche di perplessità. Eppure, non stiamo parlando di una scoperta, ma di una realtà che in Europa e negli Stati Uniti è in continuo sviluppo.

Sì, una realtà in grande progresso anche in Italia, se ci riferiamo al settore privato. Nel pubblico, la soglia al minimo di legge del 10% è rimasta una indicazione in larga parte disapplicata, complice anche un monitoraggio, diciamo così, distratto. Abbiamo puntato subito sulla svolta tecnologica, sul potenziamento delle competenze digitali tra i dipendenti e poi, con la pandemia, siamo intervenuti sul lavoro agile “d’emergenza” che ha raggiunto percentuali altissime. Tuttavia, è da ottobre che ne parliamo. Adesso, anche in ragione di uno screening attento che abbiamo avviato, la sfida è quella di trasformarlo nel vero smart working, flessibile, basato su risultati e obiettivi. Siamo di fronte a una rivoluzione culturale, prima ancora che tecnologica, una rivoluzione che in definitiva deve tradursi in servizi migliori per i cittadini.

Per passare alla Fase 3 della crescita dopo la tragedia della pandemia, dobbiamo usare tutti gli strumenti finanziari offerti dall’Europa. Anche il Mes?

Il Mes è uno strumento vecchio, concepito ai tempi della crisi finanziaria originata dal “crac Lehman”, non ha nulla a che vedere con l’attuale contesto europeo. Nulla fa pensare che non ci saranno condizionalità ben precise laddove venga corretto. E poi, se per mera ipotesi dovessimo essere gli unici a utilizzarlo, si porrebbe un problema di percezione da parte dei mercati, che potrebbe contribuire a far schizzare in alto i tassi su tutta la curva del nostro debito.  

Lei si è battuta sempre per la parità, ma dopo questo lockdown è apparso chiaro come il prezzo della crisi sia ricaduto soprattutto sulle donne. E ancora possibile che accada?

Purtroppo accade: è un problema del sistema Paese, non tanto della Pubblica amministrazione che, ricordo, ha una maggioranza di lavoratrici donne. Come Governo abbiamo adottato provvedimenti forti in tal senso, a partire dai congedi straordinari e dai “voucher baby-sitter”. Ma è chiaro che il processo di cambiamento, anche e soprattutto culturale, è ancora lungo.

Il tema della conciliazione dei tempi lavoro-famiglia riguarda, anche questo, soprattutto, il genere femminile. È un problema del datore di lavoro che vede solo le donne come madri e non come soggetti essenziali delle attività aziendali?

Questa è sicuramente una delle facce del fenomeno, c’è certamente un problema di cultura datoriale. Ma poi esiste anche un insieme di stereotipi culturali interni al nucleo familiare. E, infine, lo Stato deve probabilmente fare di più per favorire la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Il lavoro agile può rappresentare uno strumento utile a superare le disparità, ma può anche accrescere la distanza di genere, relegando la donna al suo ruolo di madre in maniera esclusiva rispetto al partner. Dunque, va regolato in modo attento.

Il provvedimento approvato dal Governo a favore della famiglia tende a frenare la denatalità. Insieme al lavoro agile, il “Family act” potrà cambiare volto alla società italiana?

È un buon passo in avanti, un tassello fondamentale delle politiche di questo Governo che ha le idee chiare: superare praticamente e culturalmente le differenze di genere senza incorrere nel rischio di generare ulteriori luoghi comuni.

Lo stereotipo del dipendente della Pubblica amministrazione è quello di un lavoratore di serie B. Come si può sfatare l’immaginario collettivo e, quindi, come rendere più produttivo il lavoro della Pa?

Abbiamo subito ribaltato la narrazione e l’approccio sui dipendenti della Pa, ho preferito puntare sulla valorizzazione del buono che c’è nelle Amministrazioni e che è tanto. Non a caso siamo passati, nel dibattito, dai “furbetti del cartellino” alla responsabilizzazione e all’autonomia che fanno da base alle attività per obiettivi. Il lavoro pubblico si rende produttivo con tanti strumenti, ma parlerei innanzitutto di formazione continua, incentivi al merito, trasparenza e accountability.

Lavoratori della Pa sono, tra gli altri, anche gli ausiliari del comparto Giustizia (cancellieri, impiegati, tecnici informatici, ecc.). Senza il potenziamento delle loro strutture e dei loro organici si può pensare ad una riforma della Giustizia?

Questo Governo sta attuando un potenziamento delle piante organiche che non ha precedenti da molto tempo a questa parte. Stiamo puntando molto sul processo telematico e il collega Alfonso Bonafede è la persona più adatta per mettere la giustizia al passo con i tempi e con le esigenze del Paese. Il comparto giustizia ha un compito difficile: digitalizzare molte procedure e farlo in fretta, molto in fretta.

Come può contribuire la Pa alla fase della crescita auspicata dal Presidente Conte, approfittando del mondo che cambia dopo il Covid-19?

La Pa, in questa fase di emergenza, non si è mai fermata, ha garantito i servizi essenziali e ha contribuito alla coesione, alla tenuta della nostra collettività. Ora deve avere l’ambizione di fare da trampolino di lancio per la competitività del Paese, creando un ambiente che sia sempre più “friendly” per gli investimenti e le intraprese economiche. Digitalizzazione, maggiore semplicità, trasparenza, chiarezza su procedure e tempi di erogazione dei servizi. Tutto il lavoro che stiamo facendo ha un obiettivo chiave: mettere cittadini e imprese al centro della relazione con la macchina dello Stato. Il “once only” è la prossima sfida e siamo già a buon punto: un documento dato a una Pa non può essere più chiesto nuovamente da altre Pa. L’interconnessione delle banche dati è un progetto ambizioso, ma alla portata. Proprio come lo smart working.

Essere un Ministro tra i più giovani del Governo Conte II è una opportunità o uno svantaggio?

A 36 anni non si è più esattamente giovanissimi: il problema vero è che abbiamo spostato troppo in là l’asticella anagrafica nei ruoli di leadership in Italia. Essere giovane forse aiuta ad affrontare meglio i temi dell’innovazione e della digitalizzazione, per fare un esempio, ma “giovane” non è sinonimo di “bravo”, così come “donna”, “alto”, “biondo” o altro. Le opportunità, i risultati vanno costruiti e per farlo mi sono prodigata ad ascoltare gli interessati, gli stakeholder volta per volta e con la massima umiltà, perché essere ministro non ti rende automaticamente più esperto degli altri.

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